Andrea Irace

Per comprendere le nuove modalità di lavoro, adeguamento e i mezzi utilizzati per lo svolgimento dei progetti del servizio civile da remoto abbiamo intervistato Andrea Irace, OLP del progetto “L’arte di crescere”. Andrea è anche presidente di Ager Agri, associazione di giovani dell’Agro Nocerino-sarnese nata con lo scopo di promuovere il territorio, la cultura e la legalità.

Quali modifiche sono state apportate al progetto e quali strumenti sono stati utilizzati per poter svolgere le attività da remoto?
Il primo mese è stato traumatico, eravamo impreparati, non certi di poter continuare i progetti in atto. Dalla terza settimana in poi con notizie certe ci siamo potuti organizzare e, con un grande sforzo da parte di volontari e supervisori, abbiamo potuto strutturare un’organizzazione per la continuità dei progetti. Abbiamo rivoluzionato tutto. Abbiamo dovuto adattare tutte le attività per poterle svolgere da remoto. Occupandoci di formazioni nell’ambito della costituzione e cittadinanza, ci siamo rivolti alle piattaforme che ci permettono di creare delle classi virtuali per poter svolgere le lezioni. Perciò, le piattaforme vengono scelte in base alla numerosità delle classi.

Quali sono state le difficoltà per la gestione da remoto?
Le difficoltà più evidenti e comuni hanno riguardato i limiti tecnologici. Lo scarso uso della tecnologia, per meglio dire, lo scarso uso di questo tipo di tecnologia ci ha rallentati, ma siamo stati in grado di appropriarci velocemente delle abilità necessarie. Grazie allo sforzo sia nostro che dei volontari siamo stati in grado di creare video lezioni effettuando un lavoro di montaggio con l’utilizzo di strumenti finora poco usati per le necessità quotidiane.

Quali altre attività svolgono i volontari?
I volontari sono stati proiettati, come tutti noi, in una nuova realtà che ci ha portato a dover fare una grande mole di lavoro, in particolare per la ricerca e la registrazione dei video. Ci tengo a sottolineare che, anche se  con il doppio dello sforzo, abbiamo raggiunto quasi gli stessi obbiettivi prefissati. Inoltre, con il materiale attuale in una situazione analoga non avremo problemi per una gestione in remoto del progetto.

Tutte le attività possono essere svolte da remoto?
Non tutte le attività possono essere svolte da remoto perché alcune di esse richiedono la presenza fisica dei volontari e dei ragazzi.

Qual è l’umore generale per questa nuova tipologia di lavoro?
Ritengo che il Servizio Civile mai come ora ha fatto il suo lavoro di aiuto sociale e di inclusione. Questo è un parere che riscontro sia nei volontari che nei ragazzi che seguono le nostre lezioni. Nonostante si stia facendo tanto, questa è pur sempre un’attività marginale, soprattutto se confrontata con quanto stanno facendo quei volontari che svolgono attività inerenti all’emergenza sanitaria.

Lorenzo

L’inizio della pandemia ha comportato la sospensione di gran parte delle attività e tutta una serie di restrizioni utili a salvaguardare la propria e l’altrui salute. Di conseguenza, le regolarità quotidiane hanno subito uno scombussolamento, facendo saltare i meccanismi della routine. Di quest’ultima era parte integrante l’impegno per il Servizio Civile, i cui ritmi scandivano una parte importante della giornata.

Il tempo acquista significato perché è scandito dalle attività, dove per attività si intenda una trasformazione intenzionale dello stato di un qualcosa, a partire da se stessi. In questo senso, le ore passate in sede ogni giorno contribuivano alla personale costruzione del tempo e, di conseguenza, del nostro essere. Così, soprattutto durante le prime settimane, non avere più questi intervalli ha comportato un generale spaesamento. Una condizione che, oltre ai caratteri di novità assoluta e conseguente senso di impotenza, era resa ancora più difficile da affrontare perché indeterminata nella durata. Come tutti, allora, ci siamo inventati le più disparate attività per scandire il nostro tempo, palleggiandole dalla realtà alla dimensione social. La musica ogni giorno alle 18, la condivisione delle recensioni dei libri letti, la pizza in casa il sabato sera e altri simulacri di normalità introdotti per scandire in momenti diversi quello che altrimenti sarebbe stato un tempo interminabile, senza soluzione di continuità.

Rientrare in servizio a metà aprile non è stato semplice. Si è dovuto far fronte allo stato di eccezione che ci si trovava a vivere, motivo per cui si è adottato il lavoro da remoto. Tra i compiti assegnatici c’è stata anche l’intervista ad altri colleghi del Servizio Civile. Anche se da remoto, è stato un modo per riprendere i contatti tra di noi. Certo, un surrogato dei momenti di aggregazione, ma comunque utile anche per confrontarsi rispetto alle impressioni su questo imprevisto nel percorso del servizio e sulle difficoltà incontrate nel portare avanti le rispettive attività. Forse, è stato anche un modo per riflettere sulle prospettive future collettive e personali, per trovare i lati positivi di quello che questa deviazione di percorso lascia in ognuno di noi. Nel tempo è difficile orientarsi, perciò mettiamo delle boe lì dove ci sono eventi che riteniamo rilevanti nella nostra vita. Certamente il 2020 lo ricorderemo come l’anno della pandemia, ma per noi volontari sarà anche l’anno del Servizio Civile. Il suo carattere di unicità, probabilmente, negli anni servirà a rafforzare la memoria personale di un evento condiviso, di un’esperienza unica e paradossale vissuta, in un certo modo, uniti nella distanza.

Antonio Gasparro

Pur non essendo OLP, Antonio “Tonino” Gasparro, presidente dell’ASD Atletica Ebolitana Valle del Sele e riferimento storico di Arci Servizio Civile Salerno, ha fornito un prezioso contributo assistendo (naturalmente a distanza) alcuni dei volontari del progetto “Studio e non solo”.
La sua enorme esperienza, derivante da oltre mezzo secolo di appassionata e capace attività organizzativa, risulta particolarmente utile nella lettura di questa fase.

In tanti anni di attività come sono cambiati i giovani secondo lei?
Oggi i ragazzi sono cambiati tantissimo, sicuramente non conoscono bene la storia del passato, ma questo dipende anche dal fatto che noi, meno giovani, stiamo insegnando poco alle nuove generazioni. Conoscere il passato è importante, perché senza di esso non c’è possibilità di costruire il futuro. Oggi, oltre alla scarsa conoscenza della storia, osservo un maggior individualismo e poca intraprendenza. Il nostro compito dovrebbe essere quello di spronare i giovani verso i loro obiettivi e le loro passioni e insegnargli che il sacrifico e l’impegno rappresentano gli ingredienti attraverso i quali poterli raggiungere.

In questa situazione di emergenza che ci ha portati verso il digitale, come ha modificato il suo lavoro?
Riconosco la grandiosità del computer e della tecnologia già da anni, non lo nego. Tuttavia, non ne sono un amante, preferisco sempre il contatto con la realtà e non con uno schermo. I giovani volontari dell’associazione si sono adeguati molto bene alla modalità da remoto e insieme abbiamo avviato una ricerca sulla storia della sport, in particolare dell’atletica leggera.

Mi sta dicendo che, in qualche modo, avete cercato di mettere insieme passato e futuro?
Si, possiamo dire così. I ragazzi si sono impegnati in questo lavoro di ricerca. Loro con i computer e io con il cartaceo. Stiamo cercando di conservare delle memorie storiche importanti.

E crede che la socialità sia mutata con la necessità di coinvolgere i cittadini in modi diversi dall’incontro “faccia a faccia”?
Sicuramente. Nella nostra associazione avevamo molti bambini e ragazzi, impegnati in attività di atletica leggera, che sono costretti a rimanere a casa, senza la possibilità di praticare sport. Abbiamo cercato, però, di coinvolgerli con le pagine social. I giovani volontari dell’associazione, infatti, stanno realizzando dei video in cui mostrano attività motorie da poter svolgere a casa, in modo da spronare i nostri piccoli atleti.

Luana

Luana, 27 anni, volontaria del progetto Studio e non solo.

Alcuni volontari del servizio civile hanno iniziato il lavoro da remoto dopo il DPCM. Come volontaria anche per me è iniziato un periodo di lavoro da casa.

Le mie mansioni sono, ovviamente, cambiate e le difficoltà, se pur non molte, erano presenti.
Il lavoro da casa è stato un piacevole stacco dalla routine della reclusione causata dalla pandemia.
Tra le varie mansione assegnatemi, oltre supportare dal punto organizzativo l’associazione, ho avuto la possibilità di interagire con i alcuni referenti di diversi progetti, per la stesura di interviste.
È stata un’esperienza di distinguo che mi ha permesso di raggiungere l’argomento cardine del servizio civile, in particolare, potendo apprendere in prima persona l’interazione tra le figure di riferimento e i volontari. Mi sono addentrata sempre più nel significato che ogni volontario dà al servizio civile.
Questo è stato possibile grazie a volontari che si sono resi disponibili a rispondere a domande per la realizzazione di interviste. Ciò che ne evince è non tanto la difficoltà del lavoro da remoto, ma l’idea comune che l’esperienza del servizio civile sarà diversa rispetto a quella di volontari degli anni precedenti, non potendo stabilire i rapporti nel modo convenzionale.

Credo che, nonostante il lavoro non tradizionale svolto in questo periodo, avremo dei risultati ed amplieremo di molto le vedute del volontariato.

In conclusione, la pandemia ci ha tolto molto, ma ci ha fatto fare passi da giganti in altri ambiti. Tutte queste innovazioni serviranno un domani.
Sarà questo il nostro lascito per i futuri volontari.

Claudia

Claudia, 26 anni, Operatrice volontaria presso l’associazione universitaria Motus

Di cosa si vi siete occupati in questo periodo?
Ci siamo concentrati sul dare continuità al servizio di sportello informativo per gli studenti che offrivamo prima della chiusura delle strutture universitarie. Ci siamo detti che, nonostante le circostanze, in qualche modo dovevamo portare avanti quello che facevamo prima. Anzi, in una situazione imprevista come questa era normale che aumentasse la confusione e, pertanto, l’esistenza di un punto informativo – anche se virtuale – era quanto mai necessaria. Così, abbiamo messo in piedi un centralino smart che, utilizzando la tecnologia VOIP, mette in collegamento i volontari con gli studenti che chiamano per avere informazioni su didattica o altri problemi.

Come siete arrivati a scegliere questa soluzione?
C’è stato un confronto tra di noi e sono state messe sul tavolo diverse idee. Discutendo abbiamo poi valutato di ognuna di queste i pro e i contro. C’era bisogno di un modo comodo per restare in contatto tra di noi e per riuscire a dare il servizio. Dovevamo scegliere uno strumento che fosse il più leggero e semplice possibile, che fosse utilizzabile da tutti. In questo senso, VOIP è il più snello: non c’è bisogno di scaricare nessun programma, basta semplicemente accedere con user name e password. Pertanto, abbiamo deciso di adottarlo e si è rivelata la scelta giusta.

Avete avuto problemi?
Tutto sommato no. A parte qualche inevitabile problema tecnico iniziale, una volta rodato il sistema si è rivelato estremamente efficace e pratico.

Ti piace l’attività che ti è stata assegnata?
Sì, anche se è mediata dalla tecnologia dà comunque le soddisfazioni. Davanti ad eventi del genere si corre il rischio di sentirsi impotenti, perciò offrire un’attività di supporto acquista ancora più valore. Sicuramente il contatto faccia a faccia è diverso e devo ammettere che un po’ ne soffro. Certo, anche in digitale parli con tante persone, ma manca il calore umano. È forse l’unica cosa che non mi è piaciuta.

È in qualche modo legata anche alle attività che svolgi al di fuori del Servizio Civile?
Diciamo di sì. Io mi occupo di informatica e così ho cercato di mettere a disposizione le mie competenze. In questo senso, mi sono attivata soprattutto per la parte relativa all’archiviazione di informazioni e documenti. Non solo per il servizio sportello, ma anche per la gestione digitalizzata di documentazioni di Olp e volontari, cosa che si è resa necessaria visto che non potevamo incontrarci fisicamente.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? La consideri un di più o un di meno rispetto al tuo Servizio Civile?
Sicuramente è stato un di più. Mi ha fatto capire il vero senso dell’essere volontario. Ho avuto modo di vedere nel concreto cosa significhi mettersi a disposizione della comunità durante un momento di necessità: non fermarsi e portare avanti le attività nonostante tutto.

Le modalità con cui si sono svolte le attività in questo periodo possono essere in qualche modo riprese per il futuro?
Spero di no, ma ciò che si crea di nuovo non è mai un danno. Ad esempio, credo che una maggiore digitalizzazione per il Servizio Civile e per le associazioni sia fondamentale. Sono un po’ di parte ma credo che utilizzare le tecnologie ed evitare gli archivi polverosi sia una necessità per il futuro.

Quali riflessioni hai fatto rispetto a questa esperienza inaspettata?
Ci siamo trovati davanti ad un evento imprevedibile, che ha stravolto le nostre vite. Può sembrare banale, ma mi ha fatto riflettere su alcune piccole cose sulle quali, per via della routine quotidiana, non mi ero mai soffermata. Più di tutto, infatti, il lavoro da remoto mi ha fatto sentire la mancanza di quei momenti che scandiscono la giornata senza che tu te ne accorga: a partire dal semplice “buongiorno” entrando in associazione, alle pause caffè, alle chiacchiere distratte con i colleghi. Apprezzare questi momenti apparentemente banali è forse una delle cose che più mi rimarranno dentro dopo questa esperienza.

Federica

Federica, 26 anni, Operatrice volontaria presso l’Arciragazzi Salerno.

Che tipo di attività stai svolgendo da remoto?
Sto svolgendo un’attività principalmente online, ovvero mi occupo di gestire i social dell’associazione, in particolare la pagina facebook sulla quale pubblichiamo quotidianamente più contenuti, sia di cultura generale che video-didattici.

In che modo sono stati suddivisi e assegnati i compiti all’interno del gruppo dei volontari?
Ognuno di noi, in base ai propri interessi e al proprio specifico campo di studi, ha scelto un argomento da sviluppare in forma di rubrica, che aggiorniamo quotidianamente. Il lavoro, dopo una prima fase individuale, viene poi discusso all’interno del gruppo per eventuali revisioni, modifiche o aggiunte.

L’attività che ti è stata assegnata ti piace? Perché?
Mi piace molto poiché la vedo come una naturale evoluzione del progetto originale, anzi in qualche modo, avere sempre a portata di mano i contenuti didattici ha aggiunto del potenziale al progetto stesso.

C’è stata e c’è collaborazione fra voi volontari?
Ci sentiamo ogni giorno e anche nel fine settimana per organizzare il lavoro in modo preciso e puntuale, quindi sì c’è stata collaborazione e soprattutto cerchiamo di venirci incontro per le difficoltà, non scontate, che possiamo riscontrare in questa nuova modalità.

In che modo sono cambiati i rapporti fra volontari e destinatari del progetto?
Appena ripresa l’attività da remoto, abbiamo cercato di recuperare i rapporti con gli utenti del nostro progetto, che si sono detti entusiasti per i lavori che abbiamo deciso di svolgere, nonostante non tutti riescano a tenere il passo con la tecnologia.

Come immaginavi il servizio civile prima di questa emergenza e cos’è cambiato con questa nuova modalità?
Immaginavo un’attività simile e mi reputo soddisfatta del lavoro che stiamo svolgendo. In sede, il nostro compito non è soltanto quello di aiutare i ragazzi e i bambini nel supporto allo studio, ma anche e soprattutto di intrattenerli con lavori creativi e credo che in questo modo stiamo portando avanti il medesimo fine, seppur con modalità totalmente differente.

L’utilizzo degli strumenti che ti sono stati messi a disposizione è stato utile?
Abbiamo sicuramente dovuto adeguarci agli strumenti che avevamo e abbiamo a disposizione, ma credo che la cosa più interessante sia che, scambiandoci informazioni tra di noi, abbiamo imparato molte cose in più e ad utilizzare strumenti di comunicazione nuovi.

Quanto ritieni ti abbia sottratto la quarantena dalla tua quotidianità?
Mi reputo fortunata poiché so benissimo che molte persone e interi nuclei familiari hanno vissuto questo periodo con notevoli difficoltà in più. Sia io che i miei colleghi volontari abbiamo fatto il possibile per mantenere attiva la concentrazione e la volontà di portare avanti il progetto, nonostante il senso di spaesamento e l’assenza di contatto umano, che è la cosa che manca di più.

Descrivi, secondo il tuo punto di vista, quali potrebbero essere i PRO e quali i CONTRO della pandemia
Non mi sento di parlare di PRO in senso stretto, poiché la considero un’affermazione molto cinica, ma sicuramente aver “frenato” l’attività umana ha permesso di sollevare dubbi sul normale stile di vita. I CONTRO credo siano scontati, siamo stati privati del contatto umano nel migliore dei casi. Nel peggiore, le persone sono state private di qualcosa di immensamente più importante, sia esso più materiale come il lavoro che più umano, come gli affetti e forse l’aspetto peggiore è stato proprio vedere da casa l’avanzare di tutto questo, non potendo fare più di tanto.

Queste attività e queste nuove esperienze potranno essere utili in futuro?
Sicuramente. Tutti noi del mio gruppo, abbiamo imparato un nuovo tipo di collaborazione e l’uso di strumenti differenti rispetto ai soliti, che sicuramente si riveleranno preziosi anche quando, si spera presto, si tornerà alla normalità.

Sara

Sara, 20 anni, Operatrice volontaria presso l’associazione Tyrrhenoi.

Di cosa ti occupavi prima dell’emergenza sanitaria e come è cambiato il tuo ruolo?
La nostra associazione ha come obiettivo il supporto, sia in ambito scolastico che dell’inclusione sociale dei bambini, che spesso già presentano delle situazioni familiari complicate.
Quindi il mio compito era quello di “educatrice/animatrice”. Ci tengo molto all’ambito emotivo della vita dei bambini, in particolare all’inclusione. Proprio per sviluppare il senso di inclusione il sabato mattina venivano organizzate giornate ludiche. Queste giornate, a mio avviso, erano ottime non solo per l’eliminazione dell’isolamento sociale, ma anche per la comprensione di temi complessi che hanno afflitto la società, come la Shoah.
Sottolineo questi momenti di aggregazione, perché attualmente il mio compito da volontario non è variato, se non nelle modalità di svolgimento. La distanza, secondo me, ci rema contro alimentando l’esclusione e l’isolamento sociale.
Da un punto di vista tecnico, risulta complicato anche ottenere un colloquio con i ragazzi e i bambini, per i molti impegni scolastici.

Ti senti penalizzata a lavorare da remoto e credi sia più difficile ottenere dei risultati?
Sicuramente il contatto in presenza è differente. Capiamo il disagio dei bambini ad avere come unico contatto umano, al di là dei genitori, uno schermo. L’attenzione è inferiore tramite lo schermo, questo è causa del continuo utilizzo di questo mezzo.
Io, come sicuramente anche i miei colleghi, percepiamo la difficoltà di alcuni bambini nel capire le attuali restrizioni. Cerchiamo quindi di rallegrarli e di allontanarli dal pensiero della reclusione. Questo grazie anche alla presenza fisica dei genitori. La mia preoccupazione ricade nel momento in cui anche questa presenza viene a mancare per cause lavorative.

Come avete aiutato i bambini a comprendere la situazione?
Un nostro grande alleato è l’arte e il disegno. Tramite i disegni cerchiamo di spiegare i motivi delle restrizioni e le regole da seguire.

Cosa ti aspettavi dal servizio civile?
La creazione di legami sia con gli altri volontari che con i bambini. Ero entusiasta soprattutto dei sabati ludici, giornate che potevano essere sfruttate per donare ai bambini una visione positiva della vita. Ad esempio, sviluppare un legame con la natura con piccole gite locali.

Le tue aspettative sono cambiate?
Voglio comunque coltivare questi legami, sarà solo più difficile. Spero di poterli rivedere tutti e che ne siano felici.

Come sono cambiati i rapporti tra voi volontari?
I rapporti sono rimasti invariati, anzi ci siamo più uniti di prima. Siamo riusciti a creare delle amicizie nonostante il subentro dell’emergenza sanitaria.

Credi che le attività del lavoro da remoto possano giovare al servizio civile in futuro?
Si, credo che si possa sfruttare questa esperienza per rinforzare il progetto. Fruttandolo per arrivare, in futuro, quei bambini che sono impossibilitati a raggiungere fisicamente la sede di attuazione del progetto.

Come hai vissuto l’emergenza sanitaria?
Inizialmente ero incredula ed è stato faticoso adattarsi, essendo una persona dinamica e impegnata. La vita si è rallentata. Il disorientamento, però, è durato poco. Ho trovato nuove passioni che mi hanno riempito la giornata, tra cui la cucina.
Una cosa positiva che, questo distacco dalla realtà, mi ha lasciato è la scoperta di amici che ci sono e vogliono esserci. Molte relazioni si sono rafforzate, mentre altre si sono sgretolate.
Si può essere vicini anche da lontani, ad esempio: ho compiuto gli anni in quarantena, senza festa, senza amici, ma sono stata sommersa dalle chiamate. I miei amici c’erano anche se lontani.

Legambiente “Valle dell’Irno”

Nel 1991 il Comune di Fisciano istituì l’area naturalistica denominata “Frassineto” e, dietro richiesta del circolo Legambiente Valle dell’Irno, affidò a quest’ultimo la gestione dell’area con un atto di convenzione. Il circolo “Valle dell’Irno” per alcuni anni ha registrato circa 130 iscritti, risultando uno dei circoli di Legambiente più grandi. L’impegno preso da un gruppo di soci nel 1988 fu ispirato dall’idea di poter rendere il parco godibile a tutti, affinché chiunque potesse avvicinarsi alla natura per riscoprirne i valori, per rispettarla e proteggerla come bene comune. Ancora oggi sono questi gli obiettivi dell’associazione Oasi naturalistica “Frassineto”. Grazie alla dedizione dei volontari l’area è diventata un vero e proprio laboratorio in cui scuole e visitatori possono prendere parte a progetti di sviluppo sostenibile. La scommessa di ridare dignità ad un bosco offeso ed impoverito nel suo valore naturalistico è stato il motore principale dell’associazione. Abbiamo parlato con Giovanni Gioia di questo periodo di chiusura forzata e di cosa abbia significato per l’associazione e per i volontari.

Come funzionava prima della pandemia? Adesso che tipo di attività fate?
Prima i ragazzi erano impegnati quotidianamente dal lunedì al venerdì in attività all’interno del Parco Frassineto come la manutenzione ordinaria, la gestione del museo e la gestione del bosco dell’oasi naturalistica. Inoltre, ogni martedì i ragazzi avevano appuntamento a Baronissi con tutti i soci per gestire insieme la programmazione della valorizzazione di Legambiente Valle dell’Irno. Ora, con la pandemia, si rispetta l’appuntamento del martedì tramite videoconferenze con i ragazzi e i soci.

Che tipo di mezzi di comunicazione, dato il distanziamento sociale, avete utilizzato?
Il nostro sito web, le due pagine Facebook (quella del Parco e quella del circolo), la pagina Instagram, Whatsapp, le piattaforme Teams e Zoom.

Che bacino di utenza avete?
In senso largo, tramite Facebook e Instagram si raggiunge un’utenza di quasi 4000 persone. Per una comunicazione più mirata, invece, si utilizzano gruppi Whatsapp composti da 80/100 partecipanti. Tramite l’aggiornamento costante del sito web, creato da più di dieci anni, il bacino di utenza si allarga ulteriormente.

In che modo sono stati coinvolti i volontari?
Soprattutto grazie alla creazione di attività sui social. Inoltre, il 22 aprile, in occasione della Giornata della Terra, ci sono stati contatti con le scuole medie di Fisciano.

Quali difficoltà sono state riscontrate?
Il problema principale ha riguardato l’utilizzo dei mezzi di comunicazione che, purtroppo, non sono accessibili a tutti.

Com’è stato il feedback che avete ricevuto dai volontari?
Positivo, relativamente. L’abitudine a fare attività all’aperto non è paragonabile con le attività online. Tuttavia, i volontari hanno interagito con i soci e i responsabili restando a casa.

Qualche consiglio su come gestire un’associazione in situazioni di simile emergenza?
Cercherei soprattutto di allargare la possibilità di utilizzare gli strumenti online anche alla popolazione un po’ più anziana. Andrebbe dunque rivista la modalità online. Sarebbe opportuno lavorarci per un futuro che sia accessibile a tutti.

Legambiente Occhi Verdi

Il circolo Occhi Verdi di Pontecagnano ha iniziato la sua azione di sensibilizzazione ambientale con diverse campagne sia sul territorio che nelle scuole. Da circa vent’anni i volontari si occupano, con continuità, del recupero e della messa in sicurezza del Parco eco-archeologico, un’area verde di 22 ettari in cui è possibile trovare un giardino dei cinque sensi, un’area di compostaggio e sgambamento cani, una zona per pic nic ed una biblioteca dedicata ai più piccoli. Nel 2001 è nata l’iniziativa Orti urbani (che ad oggi conta ben 75 appezzamenti di terreno) con l’obiettivo di mitigare la disconnessione dei cittadini dalla natura e creare nuove opportunità di coltivazione per i membri locali. In tal senso, il Parco eco-archeologico rappresenta un importantissimo modello di esperienze collettive, per questa ragione abbiamo voluto incontrare la presidentessa Giancarla Del Mese per farci raccontare di questa realtà e delle nuove iniziative messe in atto in piena emergenza Covid.

La realtà del parco eco-archeologico di Pontecagnano è strettamente legata all’ambiente naturale. Come siete riusciti a portare la “natura in casa”?
Non è stato semplice certo, ma non è stato impossibile. Siamo riusciti a proseguire la nostra green mission, insieme al direttivo, curando delle rubriche online sulle nostre pagine social trattando di temi legati all’ambiente. Io stessa, ad esempio, mi sono dedicata alla lettura di poesie a tematiche ambientali, abbiamo proposto dei rimedi naturali per le piante da terrazzo o, ancora, ci siamo occupati di curare delle video ricette per sensibilizzare gli utenti al tema dello spreco alimentare. E non è finita qui. Ogni giovedì abbiamo dato il via al viale dei ricordi raccontando l’esperienza del parco, in vita dal 1999, attraverso foto e video che più ci rappresentano.

È possibile che la tematica ambientale possa assumere una prospettiva diversa oggi. Magari diventare una questione più sentita e partecipata?
Insieme ai vertici del circolo Occhi Verdi ci siamo riuniti virtualmente per discutere su alcuni temi ambientali. In particolare ci siamo concentrati sulla questione climatica e sullo spreco durante il periodo di quarantena. Il nostro obiettivo è quello di poter consigliare, seppur in pillole, come aiutare il pianeta e continuare a sostenere questa “nuova” rinascita della natura. La cosiddetta Fase 2 sotto questo aspetto dovrà essere una responsabilità collettiva più di quanto lo è stato in precedenza. Oggi probabilmente sarà possibile attirare ancor di più l’attenzione dei cittadini su questi argomenti. Siamo obbligati a capire cosa è accaduto, sta accadendo e può accadere. Siamo tutti coinvolti.

Come hanno vissuto questo cambiamento i ragazzi che collaborano con voi? Crede che tutto questo abbia influenzato il loro modo di vivere il parco?
Tutta questa situazione ha sicuramente impattato su di loro. Sono giovani, vivono totalmente il cambiamento. I nostri ragazzi, poi, si sono sentiti positivamente coinvolti anche se obbligati a un periodo di fermo. Anzi, ancora più appassionati, partecipi e pronti a studiare e conoscere nel dettaglio l’argomento. Si tratta di un arricchimento culturale e di adattamento ad una nuova realtà. Saranno sicuramente cresciuti e sono stati in grado di ricevere un’attenzione costante dal “pubblico social” coinvolgendo quella fetta di utenti restii e non direttamente coinvolti nella realtà del parco archeologico di Pontecagnano.

Come avete organizzato la riapertura?
Presumibilmente il 18 maggio riapriremo al pubblico. Dal 27 aprile, invece, abbiamo riaperto ai proprietari degli orti per tutelarli nel pieno rispetto delle regole.
È presumibile che cambierà l’interattività dei ragazzi che, con una mobilità cittadina diversa e accessi rimodulati, fungeranno da supporto fondamentale per la gestione degli spazi e per il rapporto diretto con l’utenza. Stiamo progettando anche dei laboratori o dei campi estivi alternativi per i bambini. Cercheremo di sfruttare questo momento negativo per mettere in atto alcune migliorie e una offrire una prospettiva positiva permanente. Vogliamo diventare un modello di ripresa in totale sicurezza, unendo il valore tradizionale di intendere il volontariato in un modo innovativo che possa confrontarsi con nuove proposte e metodologie.

Associazione “Quartiere Ogliara”

Un’isola felice, un faro, un punto di incontro e di sostegno: tutto questo rappresenta per i rioni collinari di Salerno l’associazione “Quartiere Ogliara” che dal 1998 opera sul territorio, fungendo da guida e offrendo appoggio ai minori, alle loro famiglie e, in generale, a tutte le persone che vivono delle difficoltà. Tre i centri operativi tra Ogliara e Rufoli, tra cui un bene confiscato alla malavita. In particolare, presso il centro Chiara Della Calce di Ogliara che ospita circa 85 bambini, con il patrocinio delle Politiche Sociali del Comune di Salerno, il tenace presidente Archimede Fasano, insieme alla sua squadra costituita da operatori e volontari del Servizio Civile, ha dato vita ad un piccolo scrigno di risorse da mettere al servizio del territorio. Non solo doposcuola, ma anche attività ludiche ed educative per gli innumerevoli utenti.

Come funzionava prima della pandemia? Adesso che tipo di attività fate?
Prima le attività principali erano quelle di supporto allo studio. Adesso i volontari fanno doposcuola a distanza, in videoconferenza da casa, soprattutto a ragazzi di terza media che hanno bisogno di preparare le tesine. Fin dalle prime fasi dell’emergenza Covid-19, poi, l’associazione ha acquistato beni di prima necessità da devolvere in beneficienza a famiglie bisognose, raccogliendo anche donazioni da privati. Inoltre, abbiamo offerto supporto per la gestione delle pratiche di richiesta di sussidi statali, anche tramite consegne a mano delle stesse nei giorni 6 e 7 aprile.

Che tipo di mezzi di comunicazione, dato il distanziamento sociale, avete utilizzato?
Per le attività di doposcuola a distanza abbiamo utilizzato le piattaforme Teams e Zoom. Per organizzarci poi, oltre ai classici contatti telefonici, abbiamo anche un gruppo Whatsapp.

Che bacino di utenza avete?
Nel momento in cui si è dovuto far fronte all’emergenza, l’utenza si è estesa a tutte le zone collinari di Salerno.

In che modo sono stati coinvolti i volontari?
Tramite la suddivisione dei ruoli: c’è chi gestisce la tecnologia, chi la parte di preparazione del materiale per i bambini e chi si è occupato della consegna dei pacchi alle famiglie.

Quali difficoltà sono state riscontrate?
La principale difficoltà è stata quella relativa all’utilizzo e alla gestione degli strumenti tecnologici.

Che feedback avete ricevuto dai volontari?
Molto positivo. I ragazzi del Servizio Civile sono stati impegnati nel sostegno scolastico, in modo molto attivo e vivace.

Qualche consiglio su come gestire un’associazione in situazioni di simile emergenza?
L’impreparazione e la paura iniziale devono essere superati grazie al senso di solidarietà e di comunità. Cinquanta pacchi da consegnare in un giorno, ti fa riflettere sulla gravità della situazione. L’augurio più grande è che tutto finisca presto per capire che le famiglie stanno ripartendo.