Lorenzo

L’inizio della pandemia ha comportato la sospensione di gran parte delle attività e tutta una serie di restrizioni utili a salvaguardare la propria e l’altrui salute. Di conseguenza, le regolarità quotidiane hanno subito uno scombussolamento, facendo saltare i meccanismi della routine. Di quest’ultima era parte integrante l’impegno per il Servizio Civile, i cui ritmi scandivano una parte importante della giornata.

Il tempo acquista significato perché è scandito dalle attività, dove per attività si intenda una trasformazione intenzionale dello stato di un qualcosa, a partire da se stessi. In questo senso, le ore passate in sede ogni giorno contribuivano alla personale costruzione del tempo e, di conseguenza, del nostro essere. Così, soprattutto durante le prime settimane, non avere più questi intervalli ha comportato un generale spaesamento. Una condizione che, oltre ai caratteri di novità assoluta e conseguente senso di impotenza, era resa ancora più difficile da affrontare perché indeterminata nella durata. Come tutti, allora, ci siamo inventati le più disparate attività per scandire il nostro tempo, palleggiandole dalla realtà alla dimensione social. La musica ogni giorno alle 18, la condivisione delle recensioni dei libri letti, la pizza in casa il sabato sera e altri simulacri di normalità introdotti per scandire in momenti diversi quello che altrimenti sarebbe stato un tempo interminabile, senza soluzione di continuità.

Rientrare in servizio a metà aprile non è stato semplice. Si è dovuto far fronte allo stato di eccezione che ci si trovava a vivere, motivo per cui si è adottato il lavoro da remoto. Tra i compiti assegnatici c’è stata anche l’intervista ad altri colleghi del Servizio Civile. Anche se da remoto, è stato un modo per riprendere i contatti tra di noi. Certo, un surrogato dei momenti di aggregazione, ma comunque utile anche per confrontarsi rispetto alle impressioni su questo imprevisto nel percorso del servizio e sulle difficoltà incontrate nel portare avanti le rispettive attività. Forse, è stato anche un modo per riflettere sulle prospettive future collettive e personali, per trovare i lati positivi di quello che questa deviazione di percorso lascia in ognuno di noi. Nel tempo è difficile orientarsi, perciò mettiamo delle boe lì dove ci sono eventi che riteniamo rilevanti nella nostra vita. Certamente il 2020 lo ricorderemo come l’anno della pandemia, ma per noi volontari sarà anche l’anno del Servizio Civile. Il suo carattere di unicità, probabilmente, negli anni servirà a rafforzare la memoria personale di un evento condiviso, di un’esperienza unica e paradossale vissuta, in un certo modo, uniti nella distanza.

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