Claudia

Claudia, 26 anni, Operatrice volontaria presso l’associazione universitaria Motus

Di cosa si vi siete occupati in questo periodo?
Ci siamo concentrati sul dare continuità al servizio di sportello informativo per gli studenti che offrivamo prima della chiusura delle strutture universitarie. Ci siamo detti che, nonostante le circostanze, in qualche modo dovevamo portare avanti quello che facevamo prima. Anzi, in una situazione imprevista come questa era normale che aumentasse la confusione e, pertanto, l’esistenza di un punto informativo – anche se virtuale – era quanto mai necessaria. Così, abbiamo messo in piedi un centralino smart che, utilizzando la tecnologia VOIP, mette in collegamento i volontari con gli studenti che chiamano per avere informazioni su didattica o altri problemi.

Come siete arrivati a scegliere questa soluzione?
C’è stato un confronto tra di noi e sono state messe sul tavolo diverse idee. Discutendo abbiamo poi valutato di ognuna di queste i pro e i contro. C’era bisogno di un modo comodo per restare in contatto tra di noi e per riuscire a dare il servizio. Dovevamo scegliere uno strumento che fosse il più leggero e semplice possibile, che fosse utilizzabile da tutti. In questo senso, VOIP è il più snello: non c’è bisogno di scaricare nessun programma, basta semplicemente accedere con user name e password. Pertanto, abbiamo deciso di adottarlo e si è rivelata la scelta giusta.

Avete avuto problemi?
Tutto sommato no. A parte qualche inevitabile problema tecnico iniziale, una volta rodato il sistema si è rivelato estremamente efficace e pratico.

Ti piace l’attività che ti è stata assegnata?
Sì, anche se è mediata dalla tecnologia dà comunque le soddisfazioni. Davanti ad eventi del genere si corre il rischio di sentirsi impotenti, perciò offrire un’attività di supporto acquista ancora più valore. Sicuramente il contatto faccia a faccia è diverso e devo ammettere che un po’ ne soffro. Certo, anche in digitale parli con tante persone, ma manca il calore umano. È forse l’unica cosa che non mi è piaciuta.

È in qualche modo legata anche alle attività che svolgi al di fuori del Servizio Civile?
Diciamo di sì. Io mi occupo di informatica e così ho cercato di mettere a disposizione le mie competenze. In questo senso, mi sono attivata soprattutto per la parte relativa all’archiviazione di informazioni e documenti. Non solo per il servizio sportello, ma anche per la gestione digitalizzata di documentazioni di Olp e volontari, cosa che si è resa necessaria visto che non potevamo incontrarci fisicamente.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? La consideri un di più o un di meno rispetto al tuo Servizio Civile?
Sicuramente è stato un di più. Mi ha fatto capire il vero senso dell’essere volontario. Ho avuto modo di vedere nel concreto cosa significhi mettersi a disposizione della comunità durante un momento di necessità: non fermarsi e portare avanti le attività nonostante tutto.

Le modalità con cui si sono svolte le attività in questo periodo possono essere in qualche modo riprese per il futuro?
Spero di no, ma ciò che si crea di nuovo non è mai un danno. Ad esempio, credo che una maggiore digitalizzazione per il Servizio Civile e per le associazioni sia fondamentale. Sono un po’ di parte ma credo che utilizzare le tecnologie ed evitare gli archivi polverosi sia una necessità per il futuro.

Quali riflessioni hai fatto rispetto a questa esperienza inaspettata?
Ci siamo trovati davanti ad un evento imprevedibile, che ha stravolto le nostre vite. Può sembrare banale, ma mi ha fatto riflettere su alcune piccole cose sulle quali, per via della routine quotidiana, non mi ero mai soffermata. Più di tutto, infatti, il lavoro da remoto mi ha fatto sentire la mancanza di quei momenti che scandiscono la giornata senza che tu te ne accorga: a partire dal semplice “buongiorno” entrando in associazione, alle pause caffè, alle chiacchiere distratte con i colleghi. Apprezzare questi momenti apparentemente banali è forse una delle cose che più mi rimarranno dentro dopo questa esperienza.

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